Una “torre di Babele”
Il problema delle origini degli Etruschi può essere considerato “immanente” nella ricerca etruscologica. Basta sfogliare la rivista Studi Etruschi – punto di riferimento per tutta la comunità etruscologica – per rendersi conto del carattere pervasivo di questo tema nel dibattito scientifico.Footnote 1 Su questo argomento si è accumulata una bibliografia sterminata che, per la confusione che vi regna, può essere paragonata alla Torre di Babele. Al posto delle lingue incomprensibili, in questo colossale edificio di carta, troviamo un groviglio di ipotesi e contro-ipotesi che non dialogano tra loro, se non in minima parte e soltanto con nessi superficiali. La discussione ha spesso un andamento ciclico e il ricambio delle argomentazioni è assai lento; inoltre, a latere dei progressi, lenti ma affidabili, compiuti dalle varie branche delle “scienze delle antichità,” su questo tema si è andata sviluppando nel tempo anche una letteratura pseudo-scientifica che alimenta incessantemente il presunto mistero delle origini etrusche, accrescendo così la confusione.Footnote 2
Nel terzo numero di Studi Etruschi, recensendo i libri di Hans Mühlestein, Über die Herkunft der Etrusker e Die Kunst der Etrusker, I, Die Ursprünge, entrambi pubblicati a Berlino nel 1929, il giovane Ranuccio Bianchi Bandinelli provò a orientarsi nella selva di queste pubblicazioni – già foltissima ai suoi giorni – per porre rimedio alla confusione metodologica imperante. Lo fece con lucidità distinguendo fra le “opere che altro non sono se non la trascrizione di uno schedario raccolto con penosa e ordinata pazienza, ma dalle quali sembra esulare ogni luce di pensiero” e quelle che – viceversa – “trattano la stessa materia cercando di vivificarla con lampi di intelligenza e sforzi della mente, spesso basati sopra manchevoli, o erronei, o confusi dati di fatto.”Footnote 3
La metodologia di Briquel: il racconto delle fonti letterarie
L'opera di Dominique Briquel (B.) dalla quale trae spunto la nostra riflessione, non rientra né nell'una né nell'altra categoria di “studi sulle origini” (e sull'arte) distinta da Bianchi Bandinelli. Essa rappresenta la fusione virtuosa delle parti migliori delle due tipologie di ricerca, evitando i difetti stigmatizzati dal giovane archeologo italiano (la sterile erudizione, la conoscenza traballante dei dati e la mancanza di senso critico). Il libro di B., infatti, appare un'opera impeccabile dal punto di vista filologico e sostanziata da vasta erudizione, ma – come vedremo – tutt'altro che priva di spunti e riflessioni originali.
Il libro rappresenta la ristampa anastatica, in formato “tascabile,” della trilogia di B. dedicata alle origini degli Etruschi. Si tratta di tre libri pubblicati sotto l'egida dell’école française fra il 1984 e il 1993, che sviluppano in forma di riflessione unitaria una articolatissima analisi delle tradizioni letterarie sulle origini degli Etruschi.Footnote 4 La nuova collocazione editoriale dei tre libri fra i classici dell’École française de Rome (ÉFR) conferma l'importanza dell'opera in questione, che ormai può essere annoverata fra i pilastri della letteratura etruscologica. La scelta di ridurre il formato dei volumi (passando dall’8° al 16°) per confezionarli insieme in un elegante cofanetto, oltre che accrescere il pregio editoriale di quest'opera, sottolinea virtuosamente anche la coerenza del progetto scientifico e la complementarità dei tre trattati monografici. Per il nuovo libro, la scelta del titolo (L'origine des Étrusques, un débat antique)Footnote 5 – che ricalca quello di un testo divulgativo di B. risalente ormai a venti anni faFootnote 6 – vale come dichiarazione programmatica: argomento dell'indagine sono – sì – le dibattute origini degli Etruschi, ma oggetto dell'attenzione dello studioso è esclusivamente il racconto delle fonti letterarie.Footnote 7
Al primo dei tre tomi è anteposta una densa Prefazione (Préface: IX–XXXIV) che viene utilizzata dall'Autore non per discutere, se non marginalmente, gli sviluppi del dibattito posteriori alle pubblicazioni originali, bensì per ribadire i presupposti metodologici su cui si basa la propria indagine. Fine prioritario di questo preambolo, infatti, è quello di sottolineare che i tre libri non trattano delle origini etrusche in quanto tali, bensì solo di quello che su questo tema pensavano gli antichi. L'orizzonte di indagine che si pone l'Autore è dunque circoscritto in maniera chiara ed è rigorosamente condizionato dalla consistenza del dossier formato dalle fonti letterarie, che non consentirebbero – a suo avviso – di attingere certezze su eventuali fatti storici avvenuti in epoche remote. Egli intende così distinguersi da tutti quegli studiosi della civiltà etrusca che invece affrontano ancora il problema in maniera “ontologica.”
A beneficio del lettore, in questo avant-propos fortemente orientato in senso metodologico ed ideologico, sono anche esplicitati i debiti scientifici dell'Autore, che enuclea così i caposaldi della sua argomentazione. I presupposti dell'intero discorso di B., stando a quanto afferma l'Autore stesso, sono la nota teoria di Bickermann sulle origines gentium, formalizzata in un articolo del 1952; il concetto di syngeneia applicato al quadro etnografico dei rapporti etrusco-greci, così come questi si riverberano nello scenario dell'Italia preromana; e l'accettazione della lettura fornita da Domenico Musti, in chiave anti-etrusca, dei passi delle Antichità Romane di Dionigi di Alicarnasso relativi alle origini dell'antico popolo tirrenico.Footnote 8 B. considera, infine, come una sorta di rivoluzione copernicana, e dunque di spartiacque storiografico la posizione di Massimo Pallottino,Footnote 9 che sostituiva il concetto di “provenienza” con quello di “formazione.”Footnote 10 La riflessione di B. si colloca dunque “a valle” di un tornante ritenuto decisivo nella discussione scientifica, che ha lasciato aperte alcune strade, precludendone altre.Footnote 11
Sono queste le chiavi di volta del sistema interpretativo di B., da cui tutto deriva.
Discontinuità e memoria
Per comprendere fino in fondo la posizione di B. sul tema scivoloso delle origini degli Etruschi va detto, comunque, che l'Autore, in altre occasioni, non si è sottratto alla tentazione di uscire dalla visuale ristretta della tradizione letteraria per affrontare il problema in una prospettiva di maggiore respiro, potremmo dire “interdisciplinare.”Footnote 12 Questo è accaduto almeno in due importanti occasioni, quando lo studioso ha maggiormente avvertito l'urgenza della sintesi dei dati e dell'utilizzo di varie fonti documentarie. Gli scritti cui facciamo riferimento sono la messa a punto sulle origini etrusche pubblicata nel 1992 negli Atti del Convegno di Cortona,Footnote 13 e il già ricordato saggio del 2000 sullo stesso tema, pubblicato nel catalogo della mostra di Venezia.Footnote 14 In questi contributi B. ha discusso da par suo tutte le complesse variabili in campo che concorrono alla definizione del problema archeologico delle origini etrusche – problema linguistico, stele di Lemno, Popoli del mare, cambiamento del rito funerario, ecc.Footnote 15 – mettendo in luce i punti deboli e i punti di forza delle teorie concorrenti formulate dall'Ottocento ad oggi per via storico-archeologica (ovvero quelle migrazioniste, inclusa quella settentrionale, e quella autoctonista).Footnote 16
È interessante notare, però, che in questi due contributi B. tenga rigorosamente distinti i due piani interpretativi e non cada mai nella tentazione di ricercare nelle tradizioni letterarie il fondamento di eventuali avvenimenti storici avvenuti in un remoto passato. D'altro canto, sia nell'opera maggiore di B., oggi riedita, che in alcuni suoi scritti “minori,” si nota qui e là, nonostante le dichiarazioni di principio, una costante sensibilità verso l'utilizzo del dato archeologico, che viene spesso valorizzato in dense “note a margine” del discorso principaleFootnote 17 o in vere e proprie appendici.Footnote 18 E, tuttavia, i due circuiti interpretativi sono sempre tenuti distinti: farli interagire impropriamente, per B., allontana dalla verità e crea soltanto circoli viziosi.
Nel procedere di B. ci sembra di poter cogliere un importante punto di contatto con la metodologia applicata alle ricerche etnografiche da Domenico Musti, il quale rappresenta uno dei suoi punti di riferimento dichiarati.Footnote 19 Anche per Musti, infatti, nello studio dei racconti letterari che parlano di migrazioni leggendarie, come la migrazione dei Pelasgi o la cosiddetta invasione dei Dori, deve essere applicata una metodologia di rigorosa specializzazione. L'indagine storica, dunque, presuppone sempre, anche per Musti, una fase preliminare di elaborazione dei dati che tenga distinte le fonti documentarie;Footnote 20 è in questa fase che ogni studioso deve operare con la propria metodologia e il proprio talento, ammesso e non concesso che poi si voglia battere la via del confronto interdisciplinare per approdare a una sintesi “superiore.” Quello che resta un po’ in secondo piano nell'impostazione prudente di B. è la ricerca di quella che Pallottino avrebbe chiamato la “forza delle memorie” intrinseca nella tradizione antica, ovvero la ricerca all'interno delle tradizioni letterarie delle tracce residuali di eventuali fatti storici avvenuti in un lontano passato.Footnote 21 Nei numerosi contributi di Musti dedicati all'etnografia del Mediterraneo protostorico,Footnote 22 appare costante questa tensione a cogliere i momenti di discontinuità nei processi storici di lungo periodo, rifiutando energicamente la riduzione dell'atteggiamento dei Greci – di fronte alla materia dei miti – a una pura “cultura del falso.”Footnote 23 Non solo Musti, ma anche altri studiosi della protostoria mediterranea (per esempio Carpenter e Drews), hanno dato credito a questa capacità della tradizione scritta di tramandare, attraverso fatti parzialmente inventati e aneddoti, la sostanza di avvenimenti storici epocali caratterizzati da sostanziale discontinuità, su cui – aggiungiamo noi – anche l'archeologia può gettar luce indiretta. Nel caso della vicenda storica degli Etruschi, questa presunta discontinuità viene a coincidere con l'orizzonte cronologico della fine dell'età del bronzo, ovvero proprio quel periodo turbolento cui sono ancorate le tradizioni relative a diverse migrazioni leggendarie.Footnote 24 A noi pare, dunque, che, per prudenza e per coerenza metodologica, B., pur sensibile all'approccio interdisciplinare, non abbia esplorato fino in fondo questa strada, a differenza di Musti, ma si sia limitato a creare due quadri interpretativi giustapposti, quello letterario e quello storico-archeologico, dotati di forte coerenza interna ma slegati fra loro.
La riflessione, per il peso e le implicazioni che ha la questione metodologica nel libro qui discusso, andrebbe ulteriormente sviluppata, ma a noi qui basti aver messo in parallelo l'opera di B. e quella di Musti e aver delineato le basi del loro sentire comune, ma anche le differenze di sensibilità di fronte a temi cruciali come la “discontinuità” e la “memoria.” A questo proposito, da archeologi quali siamo, non possiamo esimerci dal sottolineare che ormai esistono prove archeologiche sufficienti per argomentare che gli Etruschi avevano conoscenza diretta già nel 7°–6° sec. a.C. delle teorie relative alle proprie origini. Se non vogliamo arrivare a dire, come pure si è fatto, che essi coltivavano consapevolmente già in epoca orientalizzante e arcaica la memoria delle proprie origini egeo-anatoliche,Footnote 25 si dovrebbe quanto meno spiegare come facevano gli Etruschi a conoscere già in età così antica teorie migrazioniste che sarebbero state formalizzate a livello letterario solo alla fine del 6°, se non addirittura nel 5° sec. a.C. A quanto pare, adesso anche la conoscenza da parte etrusca della variante “misia” della leggenda lidia ha ricevuto una importante conferma iconografica, che proietta questa memoria delle origini orientali degli Etruschi, genuina o artificiale che sia, almeno nella seconda metà del 6° sec. a.C.Footnote 26 Il problema dunque è reale e i margini per una discussione interdisciplinare proficua a noi sembrano ampliarsi, anziché contrarsi.
Etruschi “quasi-Greci”?
Rinviando ad altra sede l'approfondimento di questo “nodo” cruciale, che anche B. del resto si è posto, almeno per l'orizzonte più antico (questione lemnio-pelasgica),Footnote 27 esaminiamo di seguito i punti principali dell'opera riedita nel 2019, che presenta ricchezza di dati ed estensione tali da rendere praticamente impossibile una analisi dettagliata delle circa 1,500 pagine di testo (con migliaia di note e centinaia di riferimenti bibliografici!). Il lettore potrà dedicarsi alla esplorazione diretta dell'immenso materiale messo a disposizione dall'Autore, che suscita ammirazione e rispetto per l'enorme lavoro di raccolta dispiegato.
Nel primo volume dedicato alla saga pelasgica, B. raccoglie e discute il fascio intricato di tradizioni letterarie relative all'arrivo in Italia della leggendaria popolazione preellenica dei Pelasgi. Ampio spazio viene riservato, pour cause, alle città pelasgiche per eccellenza, Caere e Spina. Secondo lo studioso francese, le due poleis più ellenizzate di Etruria sarebbero state i principali focolai di sviluppo della leggenda pelasgica in Italia. A questo tema si salda quello dei thesauroi delle due città fondati a Delfi, che B. ha tentato di approfondire in altre occasioni, cercando di dimostrare che quello spinetico è più antico di quello cerite.Footnote 28 Attenzione non minore viene riservata anche a tutti gli altri casi di fondazioni pelasgiche in Italia, a partire da quelle della Campania meridionale. Qui, per esempio, troviamo un interessante excursus su Nuceria e sul vino amineo ricco di implicazioni anche per la storia economica di questo distretto etrusco-campano.Footnote 29 L'idea di fondo promossa da B. è che tutto questo fascio di leggende pelasgiche traduca, nei diversi contesti geografici e culturali, il bisogno dei due partner – i Greci e gli Etruschi – di fabbricare artificialmente un passato comune che giustificasse e rinforzasse i propri rapporti di buon vicinato in Italia. In questo schema interpretativo, i Pelasgi non sono altro che Etruschi “travestiti” da quasi-Greci.
La teoria, dunque, non sarebbe altro che l'esito, possibile solo in ambienti culturali misti, di una percezione e rappresentazione sostanzialmente positiva dell'alterità etnica incarnata dagli Etruschi. Effettivamente, come l'archeologia conferma in toto, la geografia italiana della saga pelasgica appare innervata su una rete di metropoli etrusche più o meno importanti, in cui l'apertura verso l'elemento ellenico risulta, all'analisi, quasi sempre di tipo strutturale (si vedano i casi di Caere, Vulci/Regisvilla, Pisa, Spina). Da questo punto di vista, la spiegazione di B. appare del tutto consequenziale sotto il profilo storico e rispondente in pieno al quadro tracciabile per via archeologica. Chi favoriva questa assimilazione fra gli Etruschi e i Pelasgi mirava a ridurre la distanza culturale fra gli Elleni e i Barbari di turno, ovvero gli Etruschi stessi, che nella rappresentazione delle fonti letterarie sono comunque visti – secondo B. – come non Greci. La teoria sottostante sarebbe stata elaborata da Ecateo di Mileto e successivamente amplificata da Ellanico di Lesbo.
La ricezione critica del libro sui Pelasgi è stata notevole, anche se alcuni studiosi hanno preferito spostare più in basso – nel pieno 5° sec. – il momento formativo della leggenda, puntando per la sua elaborazione soprattutto sul ruolo dell'ambiente ateniese.Footnote 30 Singole rettifiche sono state poi proposte per questa o quella interpretazione particolare, come per esempio quella relativa alla Valle del Sarno,Footnote 31 ma l'impianto generale dell'opera ha retto alle critiche. L'idea-base su cui è incardinata l'argomentazione di B., ovverosìa il carattere propagandistico della tesi pelasgica, infatti, è stata accolta con favore dalla maggioranza degli studiosi e degli storici dell'antichità.
Etruschi immigrati?
Nel secondo libro della trilogia, B. esamina la cosiddetta tesi lidia, ovvero la teoria delle origini asiatiche degli Etruschi basata sul racconto fornito da Erodoto nel primo libro delle sue Storie (I, 94). Non è il caso di ricordare qui che questo è il “cavallo di Troia” più spesso adoperato dagli studiosi che, con argomentazione quasi sempre circolare, tentano di comprovare le origini orientali degli Etruschi. Secondo lo studioso francese, tuttavia, la teoria lidia non sarebbe meno artificiale di quella pelasgica e deriverebbe da una fantasiosa notizia di una syngeneia lidio-tirrenica fabbricata in terra anatolica alla corte dei Mermnadi. Si tratterebbe di una costruzione letteraria scaturita dai rapporti diplomatici tra i Lidi di Creso e le comunità “tirreniche” stanziate nell'Egeo settentrionale (e in via subordinata nella Propontide), da ritenersi come politicamente organizzate e di interesse strategico per la Lidia a livello geo-politico e commerciale. Avremmo, in altri termini, una costruzione letteraria nata nel 6° sec. a.C. in area culturale peri-ellenica, con fini strumentali, soprattutto per favorire la politica di alleanze della monarchia lidia. Erodoto avrebbe successivamente accolto questa notizia di matrice lidia e l'avrebbe trasformata in racconto strutturato. Pur doviziosamente argomentata, questa spiegazione non ha convinto tutti gli studiosi. La dimostrazione richiede, tra l'altro, una discussione condotta “a monte” sull'identità etno-linguistica dei Tirreni dell'Egeo e sulla loro sovrapponibilità a quelli occidentali, che è tema tutt'altro che agevole, come lo stesso Autore ha dimostrato.Footnote 32 Certamente i due scenari sono intrecciati, come indica la popolarità anche in Occidente della storia del ratto di Dioniso da parte dei pirati tirreni, che nel racconto del mito aveva una ambientazione egea.Footnote 33 Tuttavia, la proposta di una elaborazione originaria del logos erodoteo in contesto lidio è parsa ad alcuni studiosi una ipotesi non del tutto convincente.
Fra le varie controproposte formulate negli ultimi anni, se ne annoverano almeno quattro altrettanto plausibili dal punto di vista storico.Footnote 34 Esse puntano nelle direzioni più disparate per l'individuazione del luogo e dell'epoca di elaborazione della notizia: alcuni studiosi hanno pensato ad Atene (Drews); altri all'Asia Minore, in particolare all'ambiente foceo (Gras; Sammartano); altri ancora all'ambiente siceliota degli inizi del 5° sec. (Braccesi); altri, infine, hanno puntato verso la Cuma del tiranno Aristodemo (Cerchiai). La proliferazione delle proposte formulate dopo la pubblicazione del 1991 e la pluralità degli scenari ipotizzati indicano che la questione è ancora aperta.
A seconda del contesto ipotizzato per l'elaborazione di questa leggenda, varierebbe la valutazione storico-culturale della lydian connection: secondo B. all'origine di tutto, come per la precedente tesi pelasgica, ci sarebbe il tentativo di accorciare le distanze fra due poli culturali distinti, ma contigui, attraverso una ricostruzione strumentale della storia più remota dei due popoli in contatto. In questo caso, però, avremmo a che fare con una iniziativa tutta interna alle dinamiche storiche del mondo egeo-anatolico e il fenomeno non riguarderebbe, se non marginalmente e di riflesso, il mondo tirrenico d'occidente, che relativamente tardi – nel 4° sec. a.C. – avrebbe adoperato la leggenda lidia a fini di propaganda, come sussidio per l'auto-rappresentazione delle proprie classi dirigenti. Il mezzo per queste manipolazioni sarebbe stato fornito dall'aggancio genealogico della figura dell'eponimo Tirreno alla storia di Telefo e degli Eraclidi, e dalla conseguente sostituzione del fratello lidio dell'ecista fondatore (Lidio) con personaggi dal nome tirrenico “parlante” (Tarconte). Epicentro di questi tentativi sarebbero state ancora una volta Caere, da un lato, e Tarquinia e Cortona dall'altro. Come B. ha brillantemente dimostrato, alla fine di questo processo di trasformazione subìto dalla leggenda lidia, si sarebbe compiuta una importante metamorfosi dell'immaginario delle origini etrusche, con i Lidi-Etruschi che diventano a tutti gli effetti dei Greci.Footnote 35 Alla stessa conclusione conduce l'analisi delle tardissime fonti letterarie relative alla storia di Caere, polis hellenis rimasta fino all'ultimo città pelasgica, con una patente supplementare di grecità fornita dalla paretimologia del nome etrusco.Footnote 36
Com’è stato apprezzato da tutti i commentatori, l'analisi di B. non si limita alla discussione del passo erodoteo, della sua contestualizzazione originaria e dei suoi sviluppi in ambito etrusco, ma prende in considerazione anche la diffusione e la propagazione della leggenda lidia nella letteratura classica di età romana. Efficacemente, a questo proposito, lo studioso francese definisce questi apporti seriori “abbellimenti” della leggenda, facendo intendere che si tratta di superfetazioni estemporanee della leggenda stessa, di carattere eziologico. Questa parte del libro, caratterizzata da vasta erudizione e fini analisi di tutti i testi antichi interessati, è una delle più ricche e interessanti della ricerca di B. Studiandone la “fortuna,” Egli dimostra la dinamicità della leggenda lidia e la sua capacità intrinseca di rigenerarsi al servizio delle esigenze di classificazione più disparate, attraverso il meccanismo ingegnoso della paretimologia e del racconto aneddotico.Footnote 37
Etruschi autoctoni?
Il terzo e ultimo volume di B. rappresenta l'epilogo naturale della sua vasta indagine sulle origini etrusche. In essa si traggono le estreme conseguenze delle premesse poste nei saggi precedenti. Il volume approfondisce la teoria autoctonista di cui siamo a conoscenza attraverso la testimonianza preziosa di Dionigi di Alicarnasso (I, 28), lo storico greco vissuto in epoca augustea, che Massimo Pallottino definiva enfaticamente come il “fondatore della questione etrusca.”Footnote 38 Prendendo le mosse dagli studi di Domenico Musti già ricordati,Footnote 39 B. svela l'ottica anti-etrusca della proposta di Dionigi, il quale avrebbe adoperato tutta la sua abilità retorica per dimostrare che gli unici discendenti dei Pelasgi in Italia sarebbero i Romani e che gli Etruschi non sono né Lidi né Pelasgi.Footnote 40 Valorizzando l'informazione dionigiana sulla pluralità delle posizioni autoctoniste relative alle origini degli Etruschi, B. si chiede opportunamente se Dionigi attinga a fonti a lui precedenti questa ipotesi così ricca di implicazioni per la storia arcaica di Roma. La proposta di B. punta questa volta in direzione del mondo greco di Occidente, individuando il possibile centro di elaborazione della versione autoctonista nella corte del tiranno di Siracusa Dionisio il Vecchio. Autore della teoria, con palesi fini denigratori, sarebbe stato lo storico siracusano Filisto, il quale, per creare un alibi preventivo alla politica militarista di Dionisio, avrebbe tendenziosamente affermato che la popolazione aggredita dal tiranno siceliota non aveva nulla da spartire con i Greci.
L'interessante proposta di B., benché basata su un ragionamento di tipo indiziario, ha il merito di spiegare in maniera efficace ed economica una serie concatenata di fatti storici e di stereotipi etnici ad essi collegati che questa volta vedono gli Etruschi, e in particolare gli “Etruschi del mare,” non come partner bensì come avversari dei Greci. Essi, infatti, sono rappresentati in maniera strumentale, da osservatori non neutri come potevano essere i Greci di Occidente, come abili navigatori e temibili pirati, che non avevano antenati comuni con gli Elleni.Footnote 41 Il dato da sottolineare è che nella lettura dello studioso francese, a differenza della valutazione filo-etrusca delle teorie migrazioniste, avremmo qui a che fare con una valutazione del tutto negativa da parte greca dell'esperienza storica degli Etruschi. Mentre nel primo caso (tesi lidie e pelasgica) avremmo, in filigrana, la prova di una convivenza pacifica dei due popoli, nell'altro (tesi autoctonista), avremmo il riflesso di una situazione storica di conflittualità, legata forse alla politica espansionistica del tiranno di Siracusa. Questa spiegazione della genesi della teoria dell'autoctonia etrusca, a prima vista, ridimensiona – fino a svuotarla del tutto – l'ipotesi cara a tanti studiosi italiani, da Luigi Pareti fino ad arrivare a Giovannangelo Camporeale e Mario Torelli, secondo cui furono gli Etruschi stessi ad alimentare l'idea della propria autoctonia. Ma non è così: B., infatti, non ha negato affatto che esista un filone etrusco di tradizione autoctonista, ma ha solo tenuto distinte le varie “visioni” della autoctonia etrusca, sottolineando che quelle nate per iniziativa greca erano ideologicamente ostili.Footnote 42 Che nell'Occidente greco circolassero teorie autoctoniste sulle origini degli Etruschi, sembrerebbe confermato dalla interessante variante della leggenda lidia che faceva di Tirreno il fratello di Liparo e il figlio di Ausone, che potrebbe risalire a una fonte reggina di 5° sec.Footnote 43 Anche in questo caso, dietro la notizia leggendaria, sembrerebbe esserci un fondo storico di rapporti greco-etruschi di natura conflittuale, da contestualizzare forse nell'area strategica dello stretto di Messina all'epoca della cosiddetta talassocrazia etrusca, degli scontri di Lipari e della resistenza di Anassilao.Footnote 44 Gli sviluppi della ricerca hanno dunque confermato in pieno la validità dell'impostazione di questo terzo libro di B.
Bilancio provvisorio
Tutte e tre le monografie di B, hanno avuto un impatto enorme nel dibattito scientifico sulle origini degli Etruschi. La ricezione critica delle tre opere è stata vastissima e testimonia della capacità dell'Autore di “dettare l'agenda” su questo tema, spostando l'asse programmatico della ricerca, almeno dal punto di vista generale, dalla prospettiva interdisciplinare adottata ancora da Pallottino, a quella puramente filologica rivendicata anche da altri storici dell'antichità.
Se molto si è discusso, dunque, su questi temi in una prospettiva rinnovata e di maggior rigore metodologico è proprio grazie alle monografie austere di B., che nulla concedono agli approcci di tipo combinatorio. Di questo dobbiamo essere grati all'Autore e all’École française de Rome che, promuovendo la riedizione di questi saggi, ne garantisce adesso la sopravvivenza critica in una forma editorialmente adeguata. D'altra parte, dal terzo volume della trilogia, che risale a quasi trenta anni fa (1993), come abbiamo visto, moltissime sono state le prese di posizione nei confronti delle tesi sostenute da B. che avrebbero meritato, e tuttora meriterebbero, una discussione approfondita.Footnote 45 Nessuno meglio dello stesso B. avrebbe potuto rendere conto dialetticamente di questo dibattito. Nell’avant-propos della ristampa del 2019, purtroppo, fatti salvi riferimenti occasionali ad opere proprie e altrui, c’è scarsa materia per ricostruire in maniera organica lo sviluppo del dibattito storiografico dopo la pubblicazione del volume conclusivo della trilogia. Da questo punto di vista, diciamo con un pizzico di delusione che il limite di questa pur commendevole iniziativa editoriale dell’École française è quella di essere un po’ rinunciataria per quanto riguarda la parte degli aggiornamenti. Nel caso in questione, una appendice di aggiornamenti avrebbe certamente potuto accrescere la dinamicità del libro. Data la posta in gioco sul versante metodologico e la complessità dei problemi presenti sul tappeto, soggetti a continui aggiornamenti di prospettiva, c’è da chiedersi – infatti – quanto più utile di un avant-propos ricapitolativo, sarebbe stata una postfazione, in cui far confluire le analisi delle recenti teorie e – perché no? – anche eventuali palinodie! Basta leggere, per esempio, quanto B. scrive a p. XXII del primo volume a proposito della tesi lidia, per sospettare che Egli, dopo la lettura dei numerosi saggi sulla genesi della vulgata erodotea (a firma di Braccesi, Drews, Sammartano, Camporeale, Cerchiai, ecc.) pubblicati dopo il suo libro del 1991, abbia avuto forse qualche ripensamento.
Tornare su questo e altri argomenti per fare il punto della situazione, per distinguere le acquisizioni più solide da quelle che restano semplici ipotesi di lavoro, sarebbe stato sicuramente utile per il lettore. L'utilità di una appendice autonoma, a nostro avviso, sarebbe stata accresciuta allestendo alla fine del terzo volume anche un pur minimo dossier di mappe geografiche per visualizzare le migrazioni leggendarie di Pelasgi e Tirreni e per dar conto di quella situazione geo-politica egeo-anatolica su cui l'Autore giustamente ha insistito.Footnote 46 Infine, si sarebbe potuto dar conto, organizzandole sotto forma di un comodo elenco alfabetico, anche delle principali pubblicazioni sul tema apparse dopo il 1993.Footnote 47 In questo elenco avrebbero potuto trovare posto anche le decine di scritti particolari sul tema delle origini etrusche pubblicati dallo stesso B. negli ultimi trentacinque anni, dei quali solo alcuni sono citati nella prefazione della ristampa qui discussa. Questi scritti “minori” dimostrano che per B. quello delle origini etrusche non è un tema esaurito, da nessun punto di vista, e molte sono le novità che possono scaturire da una rilettura attenta dei testi letterari e delle interpretazioni moderne.Footnote 48
Ciò nulla toglie, comunque, alla validità dell'iniziativa dell’École française di ripubblicare i libri di B. e la nostra osservazione sulla necessità di una espansione del discorso, deve essere giudicata per quella che è, cioè un semplice desideratum, che magari potrà essere esaudito in futuro con un volume di aggiornamento alla trilogia! In questa opera lo studioso francese ha dimostrato che esistono oggi due diversi modi di intendere e studiare le origini degli Etruschi, che devono essere affrontati iuxta propria principia. L'intenzione dichiarata dell'Autore, perfettamente realizzata, era quella di tracciare con forza la linea che separa i due tipi di ricerche sulle origini etrusche, escludendo dall'orizzonte della propria indagine le origini etrusche in quanto problema storico-archeologico.
Il nodo cruciale del valore delle fonti letterarie
Dei due canali possibili, quello storiografico e quello interdisciplinare, l'Autore ha esplorato magistralmente il primo dei due, approdando a una proposta chiara e coerente, al di là della validità delle singole interpretazioni. Tale proposta può essere riassunta in questi termini: le due tesi migrazioniste sarebbero nate in ambiente ellenico e peri-ellenico fra 6° e 5° sec. a.C. per giustificare rapporti greco-etruschi contrassegnati da convivenza pacifica e fruttuosi scambi culturali; quella autoctonista, invece, sarebbe stata elaborata più tardi – nel 4° sec. a.C. – in ambiente greco-occidentale con una forte connotazione anti-etrusca. Tutte e tre le tesi, comunque, avrebbero ricevuto consistenti modifiche con il passare del tempo, a cui avrebbero contribuito gli Etruschi stessi.
Secondo l'Autore, in ogni caso, in nessuno dei tre dossier documentali sarebbe lecito ricercare prove di sostegno alle varie teorie archeologiche formulate sulla etno-genesi etrusca.Footnote 49 I risultati raggiunti da B. si pongono dunque sulla linea argomentativa ipercritica, risalente almeno al Pais,Footnote 50 che sostiene la totale artificialità delle leggende e dei racconti letterari sorti intorno alle origini del popolo etrusco.Footnote 51 Oltre un secolo fa, Ettore Pais, a questo proposito, così scriveva: “I critici che studiano il valore delle fonti letterarie hanno ormai rinunziato, con i mezzi dei quali noi disponiamo, a risolvere il quesito delle origini etrusche… A noi basterà del resto aver tentato di dimostrare il carattere leggendario delle due tradizioni di Erodoto e di Ellanico relative ai Pelasgi ed agli Etruschi d'Italia, e di avere ricordato come il loro valore storico sia o scarso o nullo rispetto al fatto in sé e alla cronologia.”Footnote 52
Rispetto alle spiegazioni che sono state date in passato, tuttavia, l'interpretazione di B. di queste tradizioni antiche ritenute prive di fondamento storico oggettivo appare molto più organica e strutturata; l'Autore, infatti, tenta di spiegare la genesi complessiva di queste leggende utilizzando nuovi argomenti-chiave, come la syngeneia e l'accezione negativa dell'autoctonia. Così facendo, Egli ha contribuito in maniera determinante a incanalare il dibattito sui binari appropriati della scienza storica, smitizzando il tema di ricerca e determinando la ripresa della riflessione collettiva.
Gli scenari aperti delle origini: archeologia, linguistica, e genetica delle popolazioni
Ma ora che B. ha sgombrato il campo della discussione da alcuni vizi di metodo, resta da chiedersi quale sarà nel prossimo futuro la direzione che prenderanno gli studi etruscologici sulla vexata quaestio delle origini etrusche. In particolare, come sarà recepita la principale conclusione “negativa” dell'indagine di B., ovvero che non ci sono fatti storici concreti dietro i racconti delle fonti letterarie? La sfida riguarda tutti quei ricercatori che negli ultimi decenni, per confermare o smentire le proprie ipotesi e teorie, hanno messo in campo approcci interpretativi complessi, che hanno sempre utilizzato le fonti letterarie come campo di verifica: quale di questi approcci sarà in grado di evitare il circolo vizioso delle argomentazioni e riuscirà a fare avanzare la discussione in maniera autonoma dopo la tabula rasa effettuata da B.? Attualmente, sono tre le piste di ricerca più battute: 1) alcuni glottologi cercano di determinare le conseguenze storiche dei fatti linguistici; 2) alcuni protostorici tentano di valorizzare gli apporti culturali egei alla protostoria italiana, considerandoli indizi di eventuali flussi migratori a “bassa intensità” provenienti da Oriente; 3) gli studiosi del DNA mitocondriale ricorrono alla genetica delle popolazioni, per isolare eventuali elementi orientali nel patrimonio genetico delle genti proto-etrusche e collocarli in una dimensione temporale non troppo vaga. In tutti e tre i casi, come è facile immaginare, il ragionamento circolare, nonostante gli sforzi, è dietro l'angolo.Footnote 53 Tutti e tre gli approcci descritti, infatti, sono condizionati, più o meno consapevolmente, in un senso o nell'altro, dall'assunto di partenza, suggerito dalle fonti letterarie nel loro complesso, che gli Etruschi sono un popolo diverso dalle altre popolazioni storiche insediate nel cuore del Mediterraneo antico. Ma dopo l'intervento chiarificatore di B., come si diceva, a tutti questi ragionamenti è stata sottratta la linfa vitale, ovvero la possibilità di utilizzare le fonti letterarie come “elementi di prova,” a meno che non vengano adottati opportuni filtri critici. Si profila dunque una paralisi nel dibattito? A giudicare dall'intensità delle pubblicazioni, tale paralisi finora non si è verificata. Al contrario, continuano a fioccare contributi scientifici e veri e propri pamphlets, in cui – come è nella migliore tradizione degli studi sulle origini – dominano la foga critica e la confutazione delle ipotesi altrui.Footnote 54 Val la pena, a questo punto, di considerare brevemente quale sia lo stato dell'arte nei tre scenari operativi che abbiamo delineato, per misurare quali sono le acquisizioni più solide e quali le eventuali prospettive future.Footnote 55
La definizione del primo di questi scenari interpretativi, ovvero quello storico-linguistico, passa attualmente attraverso la soluzione del problema etrusco-lemnio-retico. A questo riguardo, le ricerche recenti hanno confermato, con nuove evidenze, le strette connessioni fra le tre lingue e l'esistenza di un orizzonte “tirrenico comune.”Footnote 56 Se questo dato di protostoria linguistica può essere considerato assodato, restano però ancora da determinare le implicazioni storiche concrete di queste connessioni. In particolare, resta ancora da stabilire quali siano stati le dinamiche e i tempi che hanno portato le tre lingue a differenziarsi. Su questo punto, a giudicare dagli interventi recenti, ancora non è stato raggiunto il consenso, e sia l'ipotesi di una ramificazione originaria avvenuta in area extra-italiana, che quella di un movimento inverso (Tirreni d'Italia che sciamano verso est) continuano a mantenere intatte sui linguisti la propria capacità attrattiva.Footnote 57 Su un piano diverso e più generale si pongono gli studi che cercano di precisare gli aspetti genetici e tipologici della lingua e di misurare, in termini strutturali e cronologici, la distanza dell'etrusco rispetto alle lingue di ceppo indoeuropeo.Footnote 58 La posizione predominante, infatti, è che l'etrusco sia una lingua non indoeuropea, anche se riemerge ciclicamente l'idea opposta. Gli studi di Prosdocimi,Footnote 59 a questo proposito, hanno chiarito che la questione è piuttosto speculativa che reale e che una eventuale indoeuropeità dell'etrusco, che non può escludersi in via teorica, “si porrebbe fuori di Italia e attingerebbe quote cronologiche” talmente risalenti, che sia la nozione di “indoeuropeo” che quella di “etrusco” necessiterebbero una ridefinizione. Così proiettato nelle pieghe profonde della preistoria, il problema dei presunti caratteri indoeuropei dell'etrusco, o meglio del pre-etrusco, assume nella discussione il carattere di exemplum fictum, scarsamente utile per assegnare un significato storico preciso al processo linguistico ipotizzato.
Il secondo “scenario delle origini” attualmente in via di definizione non è meno controverso di quello linguistico: gli studiosi di protostoria italiana sono infatti divisi sull'interpretazione storica che si debba assegnare agli apporti egeo-anatolici che l'archeologia documenta negli sviluppi locali della cultura proto-etrusca. Rispetto a visioni storico-archeologiche più tradizionali, che difendono l'ortodossia nella posizione di Pallottino,Footnote 60 a questo proposito alcuni etruscologi italiani hanno recentemente tentato di offrire una lettura innovativa delle protostoria italiana, più sensibile ad accogliere l'ipotesi di apporti orientali.Footnote 61 Alcuni studiosi hanno addirittura posto la nascita della nazione etrusca in rapporto diretto di “effetto e di causa” con l'ingresso nella penisola italiana di genti provenienti dal Mediterraneo orientale alla fine dell'Età del Bronzo:Footnote 62 secondo una variante ben nota di questa teoria, si tratterebbe di genti egee giunte in Italia attraverso la “porta” adriatica, secondo lo “schema” migratorio descritto da Ellanico di Lesbo (Dion. Hal. I 28, 3). La vicenda storica di Frattesina, in questo contesto interpretativo, sarebbe la spia del flusso migratorio poi indirizzatosi verso sud, attraverso le vallate appenniniche.Footnote 63
Il terzo scenario interpretativo delle origini etrusche è quello in cui operano gli studiosi di genetica applicata alle popolazioni antiche.Footnote 64 Ebbene, a valle di almeno due decenni di studi genetici molto ambiziosi, che reclamavano, sin dal titolo, il merito di aver risolto il mistero delle origini etrusche,Footnote 65 occorre riconoscere che questo indirizzo di ricerca ha condotto la riflessione collettiva in un vicolo cieco, come lo è stato in passato quello sui gruppi sanguigni.Footnote 66 Infatti, dopo una fase iniziale di ottimismo, da parte dei genetisti, di poter tracciare in maniera puntuale l'origine orientale (anatolica) degli Etruschi, facendola risalire all'epoca del racconto erodoteo (12° sec. a.C.), adesso, al contrario, sembra prevalere un'ipotesi assai diversa, che rimbalza indietro nel tempo, addirittura di migliaia di anni, la presunta immigrazione orientale.Footnote 67 La distanza fra le due ipotesi interpretative è parsa tale ad alcuni studiosi da indurli a cercare un difficile compromesso. Così hanno fatto alcuni genetistiFootnote 68 che di recente hanno immaginato uno spostamento di gruppi umani dal Medio Oriente (area compresa fra il Caucaso e l'altopiano turco), avvenuto in più tempi, prima verso la Turchia orientale, poi verso la Lidia e infine – solo nella preistoria recente – verso l'Italia centrale (via mare). Visti i risultati non conclusivi, e la vaghezza dei processi storici prospettati, è difficile aspettarsi che da questo tipo di studi possa venire in futuro un contributo decisivo alla soluzione del problema delle origini etrusche.Footnote 69
In conclusione, in tempi recenti il dibattito sulle origini etrusche si è riattivato, ma si è prodotta una situazione paradossale fra gli studiosi: mentre, da un lato, la soluzione di Pallottino si è indebolita e le ricerche di B. hanno evidenziato che le fonti letterarie devono essere valutate (e manipolate) con cautela, dall'altro lato le discipline archeologiche, la genetica delle popolazioni, e la linguistica etruscologica non sono riuscite ad elaborare un modello interpretativo autonomo, convincente, e condiviso della etnogenesi etrusca. In particolare, non si sono ancora guadagnati i presupposti né per uscire dallo schema bipolare presupposto dalle fonti antiche né per optare, senza riserve, per la visione autoctonista o per quella migrazionista. Il risultato è sconfortante: se fino a Pallottino le origini etrusche apparivano un “mistero” e dopo la sua proposta ermeneutica basata sul concetto di “formazione” sono apparse una storia affascinante dovuta però a un equivoco (cioè quello della provenienza esotica degli Etruschi),Footnote 70 adesso la questione assomiglia sempre più a un labirinto senza uscita o, peggio ancora, a una forma di ludus scientiae fine a se stesso.Footnote 71
Se non ci inganniamo, tuttavia, qualche spiraglio di luce, in questo labirinto, potrà arrivare sia dagli studi archeologici, come quelli richiamati in questo contributo, che dalla ricerca linguistica e dall'applicazione dei suoi risultati agli studi storico-religiosi: il regesto delle pubblicazioni degli ultimi anni (v. riferimenti) indica, se non altro, che l'attenzione degli studiosi non sta scemando e che c’è sempre più diffidenza, da parte per lo meno degli etruscologi più prudenti, a interpretare i processi storici accogliendo la semplificazione erodotea (Etruschi = Lidi). Nel frattempo, con ogni evidenza, l'argomento ha assunto una sua centralità nella storia della storiografia etruscologica e rappresenta oggi una “cartina di tornasole” di grande interesse per ricostruire gli indirizzi recenti e contemporanei degli studi sulla civiltà etrusca.Footnote 72
Epilogo
In questa situazione intricata, apparentemente senza sbocchi, che tuttavia potrà sbloccarsi se vi saranno nuove acquisizioni, la posizione di B. spicca per la sua coerenza metodologica e la sua linearità.
L'opera dello studioso francese, per vastità di impianto e risultati raggiunti, può essere considerata, in definitiva, l'opera di gran lunga più importante mai scritta sulle origini degli Etruschi, almeno fra quelle che sono basate sull'esame esclusivo delle fonti letterarie. Mezzo secolo dopo la monografia rivoluzionaria di Pallottino, questa opera così ricca di dati e di idee, pur rinunciando per coerenza a un confronto interdisciplinare con l'archeologia, ha rivitalizzato il tema delle origini etrusche, riportandolo al centro del dibattito antichistico. Grazie a questa opera monumentale, che è al contempo un modello di coerenza metodologica, disponiamo oggi non solo di un punto di arrivo sicuro, raggiunto al culmine di una straordinaria ricerca individuale durata molti anni, ma anche un solido punto di partenza per ogni ricerca futura, di cui anche gli archeologi potranno giovarsi, a patto che – come ci ha insegnato B. – non si cerchi nelle fonti letterarie lo specchio fedele degli avvenimenti storici.