Situata sulla riva sinistra del fiume Bou Regreg, a circa 3.5 km dal suo estuario e a non grande distanza da Rabat, Sala (moderna Chellah) era uno dei pochi oppida della Mauretania ricordati da Plinio il Vecchio (Naturalis Historia 5.5; Desanges Reference Desanges1980, 79) e la più meridionale fra le comunità di statuto romano della provincia di Tingitana. Posta a stretto contatto con le tribù indigene, ottenne forse da Claudio lo statuto di municipium civium Romanorum (Gascou Reference Gascou1981, 230–31; Reference Gascou1982a, 150–52; Reference Gascou1991, 151–56) e almeno dall’età flavia fu difesa da truppe ausiliarie accasermate nei pressi (Euzennat Reference Euzennat1989, 159–73).
Le sue attività commerciali legate al vicino porto affacciato sull’Atlantico ne favorirono sin dalle origini lo sviluppo urbanistico, ma è indubbio che i suoi monumenti principali risalgano alla prima metà del II secolo d.C., quando la città fu circondata da mura (IAM II, 307) che garantivano la sicurezza dell’abitato e dei campi limitrofi. In considerazione di questa prosperità, è possibile che alla fine del II secolo, o con i Severi, Sala possa essere stata promossa al prestigioso rango di colonia, titolo che l’avrebbe equiparata alle deduzioni di Ottaviano e Claudio ma che è testimoniato solo da un passaggio dell’Itinerarium Antonini (Gascou Reference Gascou1982b, 239–40).
Durante l’età tetrarchica, con lo spostamento del confine provinciale più a nord lungo il fiume Loukkos, la città non fu abbandonata ma continuò a rimanere un’enclave romana protetta dall’esercito e fra alterne vicende sopravvisse alla fine del mondo antico. Tuttavia, fra la fine del XIII e la prima metà del XIV secolo, Chellah era ormai ridotta a un complesso funerario legato ai sovrani merinidi che raccoglieva tombe, una medersa e una moschea frequentata dai pellegrini musulmani.
L’attenzione degli archeologi per il sito rinasce quando nel 1877 Jean-Charles Tissot riconobbe nella necropoli fortificata di Chellah i resti dell’antica Sala. La sacralità del luogo ne precluse tuttavia le indagini archeologiche, che si limitarono a un tratto all’esterno delle mura e portarono a identificare una parte della necropoli di età romana (scavi Basset del 1917 e 1922). Solo nel novembre 1929, tolto il vincolo, iniziarono le indagini sulla porzione ovest della vasta piazza forense (che oggi sappiamo ricopre quasi il 7 per cento della superficie totale scavata), affidate a Jules Borély, direttore del Service des Beaux-Arts, Antiquités et Monuments Historiques del protettorato francese in Marocco, e alla principessa egiziana Khadija Fouad, con il supporto tecnico di Louis Chatelain, direttore del Service des Antiquités du Maroc. Borély purtroppo non lasciò alcun disegno o giornale di scavo, limitando la sua documentazione a una battuta di ben 628 fotografie che mostravano le varie fasi dei suoi lavori e che furono conservate negli archivi della Direction du Patrimoine de Rabat. Nonostante gli interessanti risultati raggiunti, sommariamente pubblicati da Chatelain in brevi resoconti e note, gli scavi terminarono già nel 1930 e ripresero solo nel 1956 su impulso di Maurice Euzennat, che ne affidò la direzione a Jean Boube che ne seguì i lavori sino al 1996, ampliando le aree di scavo e pubblicando parte dei risultati che talora permisero di modificare alcune delle ipotesi di Chatelain (si veda, per esempio, Boube Reference Boube1990).
Tutta questa documentazione, fra il 2013 e il 2018, è stata infine ripresa e verificata sul campo su base stratigrafica dall’équipe dell’Università di Siena coordinata da Emanuele Papi grazie a una convenzione stipulata con il Ministère de la Jeunesse, de la Culture et de la Communication. Con il primo volume della serie Il Foro di Sala (Camporeale Reference Camporeale2021; cf. la recensione di G. Mazzilli in Libyan Studies 53, 2022) sono stati pubblicati gli esiti delle indagini condotte nell’area del capitolium, avvalendosi anche delle fotografie di Jean Boube e Henri Morestin e dei rilievi di Gilbert Hallier conservati negli archivi del Centre Camille Jullian di Aix-en-Provence. Con il secondo e il terzo volume, recensiti in questa sede, il gruppo di lavoro senese ha ripreso in mano le restanti aree scavate da Borély – Fouad e pubblicato le varie analisi condotte sugli altri edifici del quartiere del foro databili al II secolo d.C., mettendo a disposizione della comunità scientifica una documentazione ricchissima e di primissima qualità, una selezione delle foto d’epoca, delle piante e delle proposte di ricostruzione originali che, pur con tutta la prudenza del caso, permettono finalmente anche ai non specialisti di meglio orientarsi fra gli spazi della piazza e di comprenderne funzionalità e trasformazioni nel tempo.
Il primo volume, pubblicato nel 2022, raccoglie infatti in 10 capitoli: una generale storia degli studi (capitolo 1, a firma di Emanuele Papi); una parte dedicata al contesto e alla metodologia (capitolo 2, a cura di Emanuele Papi, Rossella Pansini e Stefano Camporeale); una sorta di appendice con una preziosa selezione delle foto scattate negli anni Trenta (capitolo 10); infine una serie di saggi dedicati a temi specifici (capitoli 3–9). Ogni capitolo presenta una sintetica storia degli studi, un’accurata descrizione del monumento e degli elementi architettonici pertinenti, una descrizione delle trasformazioni subite, una o più proposte di ricostruzione 3D, numerose piante, puntuali riflessioni sul rapporto fra strutture e contesto urbanistico, un raffronto costante con analoghe strutture della Tingitana o delle province africane, un tentativo di individuare le maestranze coinvolte nel progetto e le tecniche edilizie poste in campo per realizzare l’opera.
Nei saggi vengono dettagliatamente descritti il sistema idrico che alimentava l’intero quartiere, basato su un acquedotto costruito in età maura e che captava l’acqua dalla sorgente di Aïn Chellah, a circa 80 m dalla piazza, rimasta in uso sino agli inizi del XX secolo, mentre altre sorgenti non paiono essere state sfruttate (capitolo 3, autori Cesare Felici e Luca Passalacqua); il cosiddetto ‘edificio occidentale’, realizzato all’inizio dell’età traianea, l’unica struttura costruita in opera quadrata e destinata ad ospitare uffici o botteghe (capitolo 4, Pansini); il successivo arco monumentale a tre fornici, il più antico della Tingitana, che, obliterando l’‘edificio occidentale’, costituiva una sorta di quinta scenografica al foro e occupava lo spazio rimasto vuoto fra il capitolium e il prospicente edificio con ninfeo (capitolo 5, Camporeale); l’edificio con grande ninfeo ottagonale, che alimentava le tre fontane a cielo aperto affacciate sulla piazza e che in età medievale fu trasformato in oratorio con una tomba sotto al pavimento (capitolo 6, Pansini); un impianto termale, fra i più piccoli della provincia, anch’esso riconducibile a strutture preromane poi modificate in età flavia e successivamente durante il II secolo, caratterizzato da un itinerario retrogrado destrogiro, assenza di palestra e modesto frigidarium (capitolo 7, Leonardo Bigi).
Completano il volume i capitoli 8–9, dedicati a materiali rinvenuti durante gli scavi Borély – Fouad ma non riconducibili a una delle strutture ricordate nei capitoli 3–7. Nel primo, Silvio Leone ha analizzato con schede di dettaglio i frammenti di quattro statue femminili di marmo, tutte di altissima fattura e nel solco della tradizione ellenistico-romana dominante nel II secolo: si tratta della testa di una divinità o di una donna della famiglia imperiale, di una donna seduta di età adrianea e di due teste femminili di età antonina. Sono i soli pezzi rimasti di un apparato decorativo che doveva essere molto più ampio e ricco ma che purtroppo è andato perduto; statue in bronzo probabilmente adornavano anche l’arco (capitolo 5), come si evince dai resti dei tenoni rinvenuti nei blocchi pertinenti a questo monumento.
Nel capitolo 9, sempre Papi ha schedato i frammenti di 16 o 17 iscrizioni, delle quali 7 o 8 ormai note solo dalla documentazione fotografica e forse per questo ignorate in IAM II (Reference Gascou1982) e IAM II Suppl. (2003). Come ben sanno gli epigrafisti più avveduti, la lettura di un’iscrizione senza un’autopsia diretta è un’impresa non agevole e irta di rischi; sarebbe stato inoltre opportuno uniformare i segni diacritici ai canoni comunemente utilizzati dalla disciplina nel realizzare un’edizione critica. Pur con questi limiti, le informazioni raccolte permettono di precisare il contesto di rinvenimento dei pezzi, di correggere alcune letture e di ricavare nuove informazioni sulla comunità. Fra le proposte più interessanti, è forse possibile attribuire IAM II, 309 non all’arco monumentale ma a un altro edificio in opera quadrata presente nella piazza del foro; identificare in IAM II, 312 la menzione di un [tem]plum genii m[unicipii] altrimenti sconosciuto; identificare una serie di dediche per Iuno Regina (III secolo), per due imperatori regnanti presumibilmente nella seconda metà del II secolo, per un praefectus fabrum (sembra tuttavia difficile in base alla sola foto la sua identificazione con C. Hosidius Severus, l’evergete che realizzò il capitolium), per un anonimo cavaliere forse di origine locale (che si aggiungerebbe ai due già noti in città: cf. Ibba Reference Ibba2022, nn. 581–82), un blocco che forse ricorda il notabile L. Fabius Vivatianus già menzionato in IAM II, 307.
Le conclusioni finali, ad opera dei tre curatori, raccolgono magistralmente i principali risultati già descritti nei vari capitoli e li raccordano in un utile quadro unitario dove viene tracciata a grandi linee una storia del quartiere durante il II secolo: con Traiano fu ampliato il complesso del preesistente tempio A, realizzata la curia Ulpia (edificio D?) e l’edificio con ninfeo; nel 120 d.C. fu dedicato il capitolium (Camporeale Reference Camporeale2021); alla metà del II secolo furono realizzati l’arco monumentale e forse altri edifici noti solo epigraficamente, fra i quali secondo gli autori il [tem]plum genii m[unicipii] (che tuttavia paleograficamente parrebbe ascriversi al III secolo come anche la dedica a Iuno Regina). Gli autori hanno sottolineato come questo vasto spazio, con la sua concentrazione di edifici politici, religiosi, amministrativi (uffici) o legati all’economia (le tabernae), con statue e dediche per divinità, imperatori e notabili, con la profusione di pregiati materiali di importazione, con un apparato decorativo in linea con i gusti estetici dominanti, rappresentava il fulcro della vita sociale dei Salenses. Questi parrebbero aver contribuito a proprie spese alla realizzazione dei vari edifici, senza ricorrere alla cassa municipale o richiedere l’intervento del governatore: tuttavia, l’esigua e talora incerta documentazione epigrafica impone una certa cautela nell’accogliere senza riserve e nel generalizzare questa interessante prospettiva di lavoro, che avrà bisogno di ulteriori conferme.
Il secondo volume (il terzo della serie Il Foro di Sala, praticamente complementare ai due precedenti) è invece la rielaborazione della tesi di dottorato discussa da Rossella Pansini nel 2019. La giovane studiosa ci offre in questo caso una più ampia panoramica della nascita, evoluzione e trasformazione dell’area forense, pur concentrando il suo sguardo di nuovo sul II secolo d.C. Combinando le informazioni ricavate da tutte le indagini pregresse e contemporanee, grazie alla fotogrammetria e alla modellazione 3D, correda la sua analisi con utilissime e spesso inedite proposte di ricostruzione grafica degli elevati e della loro disposizione nella piazza.
Nel dettaglio Pansini si sofferma sull’edificio con ninfeo e sul tempio A, due strutture già realizzate durante il regno di Mauretania e poi trasformate e ampliate nel corso del II secolo. Riguardo al primo edificio, la studiosa riprende in maniera analitica le già ricordate riflessioni pubblicate nel capitolo 6 del volume del 2022, ne propone due differenti ricostruzioni, sottolinea come l’edificio fosse rifornito dall’acquedotto di età maura e collegato a un castellum aquae costruito su due livelli. A suo giudizio non ci sarebbero elementi per attribuire al complesso anche un valore cultuale o per individuare in una delle aule superiori la curia Ulpia, che più verosimilmente occupava il cosiddetto edificio D.
Del tutto inedito invece lo studio dedicato al tempio A, che chiudeva a nord-est il quartiere del foro e che in origine era forse un tempio prima a tre celle, poi ampliato a cinque e dedicato alla venerazione della famiglia reale di Giuba II e suo figlio Tolomeo (Coltelloni-Trannoy Reference Coltelloni-Trannoy1997, 198–99). In età traianea tutta l’area fu riorganizzata per svilupparsi su tre terrazze che si adagiavano su un pendio naturale e racchiudere una piazza lastricata destinata alle manifestazioni pubbliche per gli imperatori e sulla quale si impostava l’alto podio del tempio più antico, nella parte sommitale del complesso; alla base, sul lato sud, furono invece realizzate delle botteghe che fungevano da sostruzione della piazza e si aprivano verso la strada.
L’organizzazione degli spazi avrebbe quindi finito per ricalcare quella del capitolium e in effetti i due edifici avrebbero rappresentato i due poli giustapposti della vita politico-religiosa dei Salenses, fra loro raccordati da una terza piazza lastricata, erroneamente interpretata in passato come decumano. Questo modello urbanistico traeva spunto dai fora dell’Urbe e trova stringenti connessioni sia a Volubilis (ma per l’età severiana) sia nel foro augusteo di Mérida in Lusitania, sia infine nei complessi sulla Byrsa di Cartagine e a Thugga in Proconsolare, completati durante la stessa età antonina. Come già visto, la studiosa ritiene che il caso di Sala non sia il risultato di un programma unitario mirato alla regolarizzazione degli spazi, bensì parrebbe determinato da progetti individuali e autonomi sviluppati in momenti anche cronologicamente distanti, dal graduale accrescimento del tessuto urbano e dal suo adeguamento alla conformazione geologica: solo in un secondo momento si sarebbe tentato di regolarizzare il complesso, inglobando, ampliando, talora riadattando gli edifici preromani o del I secolo e realizzando l’arco monumentale. Non secondaria, infine, sempre secondo Pansini, la volontà di accrescere il prestigio della comunità attraverso lo sviluppo della monumentalità dei suoi edifici e il loro impatto visivo, un espediente che avrebbe permesso di certificare anche per questa via la perfetta adesione dell’élite locale agli ideali di Roma e al progetto imperiale (Ibba Reference Ibba2012, 143–45); questa, d’altronde, come già ricordato in precedenza, parrebbe la vera protagonista della trasformazione del foro, attingendo a risorse private per realizzare edifici che andavano a beneficio dell’intera collettività e accrescevano il prestigio e il potere politico dell’evergete e della sua famiglia.
Da questa ricchissima documentazione, dai continui confronti con la realtà della Tingitana e più in generale delle province africane, emerge dunque una collettività dinamica, capace di coniugare passato e presente e di elaborare soluzioni originali in considerazione della conformazione del terreno, delle mutate esigenze politiche e cultuali, e delle competenze presenti sul territorio. È questa un’interessante riflessione che emerge in più punti dei due volumi, in particolare quando i differenti studiosi si soffermano sulle tecniche di realizzazione degli edifici (l’uso dell’opera quadrata, l’introduzione nella provincia delle grappe metalliche per unire i blocchi dell’arco) e soprattutto sull’adozione di due diverse unità di misura, il piede romano e il cubito punico, indizio probabilmente del coinvolgimento nel medesimo cantiere di maestranze sia locali sia fatte appositamente venire forse da Volubilis (o addirittura esterne alla Tingitana) e legate ai canoni estetici elaborati a Cartagine, una soluzione che potrebbe essere stata suggerita sia dall’assenza a Sala di officinae capaci di accollarsi l’onere di un intero cantiere (Mugnai Reference Mugnai2018, 153, 185–93) sia dal desiderio dei notabili Salenses di rompere almeno in parte con la tradizione e di dimostrare, anche con degli espedienti estetici, la propria completa integrazione nella cultura romana.
In quest’ottica, dunque, si aprono interessanti riflessioni sui rapporti commerciali, economici e culturali fra Sala e la Tingitana con le province iberiche e del Nord Africa, che pur presenti in numerosi contributi apparsi negli ultimi anni, alla luce di questi due generosi volumi andranno ulteriormente sviluppate e precisate e contribuiranno (è auspicabile) a una migliore conoscenza di questa provincia e del Nord Africa in generale.